Valutazione attuale: 0 / 5

Stella inattivaStella inattivaStella inattivaStella inattivaStella inattiva

Ho appena scoperto che la Campania è considerata una regione in «Ritardo di sviluppo». Colpa mia, non mi tengo informato. Anche se in buona compagnia, guarda caso tutte le regioni del Sud soffrono di questo ritardo, la cosa non mi fa piacere. Ho anche realizzato che per sviluppo va inteso quello industriale, quando il Ministero dell'Università e della Ricerca (noto come Miur) ha pubblicato il bando che assegna alle regioni zoppicanti investimenti e risorse economiche per favorire lo sviluppo di nuove competenze professionali richieste dal mercato del lavoro. L'Università, come legittima e più elevata emanazione del Miur, diventa uno dei motori dell'auspicato riposizionamento competitivo delle regioni più svantaggiate; il dottorato di ricerca universitario è lo strumento ritenuto idoneo per tale scopo.

Quando nel 1980 il dottorato fu introdotto nel sistema universitario italiano, rappresentava il massimo grado di istruzione universitaria. Il nome suonava bene: dottore di filosofia per dirla alla moda anglosassone (Philosophiae Doctor, o più semplicemente Ph.D.). Ancora oggi essere dottori di ricerca significa aver raggiunto il terzo livello di studi, un titolo che stando alla originale definizione della legge, poteva essere valutato soltanto in ambito della ricerca scientifica, o come percorso di formazione alla carriera accademica. Mi faccio dei conti grossolani: ogni anno circa 12.000 laureati nelle varie discipline accedono ai percorsi di dottorato in tutti gli atenei italiani, un numero molto più grande di quello che il mondo accademico, dentro e fuori l'Università, è in grado di accogliere e collocare degnamente. La sola Università della Sapienza a Roma accoglie ogni anno 823 nuovi dottorati. Non è un caso che il Rettore della Vanvitelli, Prof. Giuseppe Paolisso, abbia voluto fortemente incentivare la numerosità e la innovatività dei corsi di dottorati che afferiscono all'Ateneo Vanvitelli. Statistiche alla mano, circa 2.000 dottori di ricerca (appena il 17% della carica iniziale) riuscirà realmente a trovare una sistemazione in ambito universitario. Ed il restante 83%? Gli altri stati europei hanno affrontato da tempo un'analoga situazione, individuando un sistema vincente , basato sulla cooperazione Università ed imprese. In pratica, i dottorati devono essere centri di innovazione e trasferimento tecnologico. Come al solito le frasi più belle sono quelle coniate da altri, specialmente se in inglese. Ecco il «Learning by doing» letteralmente «imparare facendo» che poi a ben guardare resta ancora il cruccio dei nostri sistemi universitari, poca pratica rispetto al cumulo di teoria che si accumula ogni anno in modo esponenziale. Gli aggettivi usati per definire questi dottorati innovativi sono tre: internazionale, industriale, interdisciplinare, e rispondono alle esigenze di collaborazione con altre istituzioni al di fuori dell'Italia e di integrazione con settori esterni all'accademia. Non è un caso se l'Ocse (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico), scrive così: «Le aziende sono attratte dai Paesi che fanno di questo livello di formazione e ricerca una opportunità accessibile».

Già oggi ottenere un titolo di Ph.D. può aiutare: dati alla mano (ISTAT 2015), il 91,5% del totale lavora dopo 4 anni dall'ottenimento del titolo di dottore di ricerca, anche se un 30-40% già lavorava prima di iniziare il corso di studi. Nonostante alcune difficoltà residue, legate alle differenti procedure amministrative tra pubblico e privato, e tra Italia ed altri paesi del mondo, il processo sembra avviato e difficilmente potrà essere invertito. Il PhDay Un giorno per il dottorato alla Vanvitelli rappresenta una ghiotta occasione per un confronto di idee tra i dottorandi che afferiscono alla Scuola di Dottorato in Scienze della Vita. Lo scopo principale è mostrare, nella maniera più informale e semplice, come dietro alla ricerca dei giovani vi siano soprattutto passione, curiosità, voglia di fare e speranza per il futuro. L'appuntamento è per giovedì 31 gennaio, presso la sede dell'Ateneo Vanvitelliano in Via Costantinopoli 104, dalle 8,3o.

Dario Giugliano, Direttore della Scuola di Dottorato in Scienze della Vita Università della Campania Vanvitelli

Valutazione attuale: 0 / 5

Stella inattivaStella inattivaStella inattivaStella inattivaStella inattiva

“Una tragica fatalità, questa è l’unica definizione che mi sembra possibile dare, al momento, all’accaduto”. Armando Cartenì, docente di Pianificazione dei Trasporti all’Università Vanvitelli, commenta così l’incidente avvenuto ieri verso le 7 del mattino sulla linea ferroviaria che da Cremona porta centinaia di pendolari a Milano. Il treno, di proprietà della Trenord, è deragliato nei pressi della stazione di Pioltello Limito nel milanese. Il bilancio parla di quattro vittime accertate, cinque feriti gravi e circa un centinaio di feriti lievi.

Quali sono le possibili cause di deragliamento?

“Difficile dirlo con così pochi elementi. Diversi sono i motivi che potrebbero aver portato al deragliamento – spiega Cartenì – un problema alla linea, ad un convoglio o un errore umano sono le cause più frequenti.

Secondo quanto riportato dall’Ansa i tecnici avrebbero escluso una delle alternative più probabili: un problema allo scambiatore.

“Se questo dato fosse confermato si escluderebbe l’errore umano da parte di chi gestisce la stazione nonché una cattiva manutenzione degli scambiatori, che come noto permettono al treno, prima di entrare in stazione, di essere convogliato in uno o un altro binario”.

Quindi?

“Escludendo anche la velocità eccessiva, che non sembra essere una delle cause, potremmo dire che questa volta l’errore umano non è certamente la causa”.

Sarebbe invece confermato, dagli addetti della RFI, il cedimento strutturale di 20 centimetri di binario….

“Stiamo parlando di un cedimento probabilmente avvenuto circa un paio di km prima del luogo dove poi è avvenuta la tragedia. Resta da capire se questo cedimento è stata la causa o l’effetto del deragliamento. Dalle prime ricostruzioni sembrerebbe più verosimile la prima ipotesi: un cedimento che avrebbe compromesso la stabilità di uno o più convogli portando il treno a deragliare più avanti … se ciò fosse confermato dalle perizie tecniche che seguiranno nei prossimi giorni, potremmo parlare solo di una pura fatalità”.

Il cedimento della rotaia non potrebbe essere causato da una cattiva manutenzione?

“Premesso che bisognerà attendere gli esiti dell’inchiesta che seguirà questa terribile sciagura, quello che posso azzardare sono solo delle ipotesi. Se dovesse essere confermata come causa il cedimento strutturale, mi sentirei di escludere una cattiva manutenzione. La nostra rete ferroviarie è costantemente monitorare da RFI ed anche gli investimenti che negli ultimi sono stati destinati alla “cura del ferro” dal Ministero dei Trasporti vanno nella direzione di un ammodernamento e funzionalizzazione della rete ferroviaria del nostro Paese. Per contro, tutti i materiali, soggetti grosse e continue sollecitazioni, possono giungere a rottura e sarebbe impensabile controllare tutti i “20 centimetri” degli oltre 24 mila km di rete ferroviaria italiana tutti i gironi prima di far transitare i nostri treni.

Quindi?

“Quindi in questo caso davvero tutti gli indizi portano a immaginare che la causa di questo tragico incidente, purtroppo, sia imputabile solo a una terribile fatalità”. Ricordiamoci per contro che il trasporto ferroviario insieme a quello aereo è la modalità di viaggio più sicura. Ricorso che negli ultimi 5 anni meno del 2% dei morti totali (compresi i suicidi sui binari e gli incidenti da lavoro) è avvenuto sulla ferrovia contro l’oltre 94% della strada.

Dopo un incidente del genere, quali sono le conseguenze?

“Difficile dirlo... In primo luogo, dipende dal danno prodotto dal deragliamento, ma importanti e forse prevalenti saranno i tempi che occorrerà alla magistratura per fare gli accertamenti del caso. I tempi necessari per l’allontanamento dei rottami dai binari e di rimessa in funzione della tratta sono brevi, quello che richiederà alcuni giorni saranno le indagini e le perizie tecniche.  In questo caso l’area dell’incidente verrà senz’altro posta sotto sequestro per permettere ai periti di fare i dovuti rilievi, per cui si deve parlare di tempi amministrativi più che tecnici. Di sicuro il servizio sarà interrotto per alcuni giorni, con ulteriori disagi per studenti e pendolari che su quella tratta sono oltre 10 mila al giorno”.

 

Valutazione attuale: 0 / 5

Stella inattivaStella inattivaStella inattivaStella inattivaStella inattiva

Uno dei più clamorosi esempi di Fake History è la teoria che nega il genocidio degli Ebrei, definita negazionismo della Shoah: questa corrente di “pensiero” contesta la veridicità storica dell’Olocausto attuato dalla Germania nazista.

Campi di concentramento e sterminio degli ebrei: qual è la posizione dei negazionisti?
Secondo le tesi sostenute da personaggi a dir poco discutibili, di ultradestra come l’americano Mark Weber, l’inglese David Irving, il francese Robert Faurisson e gli italiani Piero Sella e Carlo Mattogno, ma anche di ultrasinistra, come il francese Pierre Guillaume e gli italiani Claudio Moffa e Cesare Saletta, il Terzo Reich non elaborò né tanto meno attuò alcun programma di eliminazione della razza israelita in Europa; i campi di concentramento organizzati dai nazisti per rinchiudervi gli ebrei erano campi di lavoro e non di sterminio e, infine, il totale degli ebrei che vi persero la vita è ben lontano dai 5-6 milioni indicati dalla storiografia e, per giunta, solo alcuni di loro furono uccisi nelle camere a gas (ammesso che siano realmente esistite, come è giunto a sostenere Faurisson) mentre la gran parte morì di stenti e di malattie, quindi per “cause naturali”.
L’Olocausto, dunque, non sarebbe altro che una gigantesca finzione, costruita ad arte dai circoli ebraici mondiali per demonizzare la Germania e per fornire una giustificazione morale alla creazione dello Stato d’Israele e alle scelte politiche da questo di volta in volta sostenute.

I sostenitori della tesi negazionista sono storici?
Questi personaggi pretendono di essere riconosciuti come storici “revisionisti”, ma non hanno alcun titolo per meritare questa definizione. La ricerca storica è per definizione “revisionista”, perché punta sempre a verificare tesi anche consolidate, a porre nuove domande, a guardare ai fenomeni storici o anche ai singoli avvenimenti da nuove angolazioni e con nuove tecniche e nuovi strumenti di indagine. I negazionisti seguono invece posizioni antistoriche e antiscientifiche, esprimono posizioni di scetticismo assoluto verso le prove del genocidio fornite dai veri storici e dagli esperti, bollandole sbrigativamente come menzogne costruite dai vertici della comunità ebraica mondiale e dai soliti, imprecisati “poteri forti”, senza curarsi di fornire, a loro volta, uno straccio di prova di carattere scientifico a sostegno delle loro tesi.
Quali sono le basi documentali del negazionismo?
E’ certo vero che finora non sono stati trovati precisi ordini scritti di Hitler sul genocidio degli ebrei ma esiste un’amplissima documentazione sui progetti e sulle misure prese dai vertici nazisti per la “soluzione finale della questione ebraica, come, per fare un solo esempio, il verbale redatto da Adolf Eichmann (su istruzioni di Reinhard Heydrich) della riunione di alti ufficiali e dirigenti dei principali ministeri tedeschi tenuta a Wansee il 20 gennaio 1942.
Allo stesso modo, è vero che la gran parte dei lager nazisti erano “campi di lavoro” , come Auschwitz, Buchenwald-Birkenau, Dachau e Mathausen, e non di sterminio, come Sobibor e Treblinka, ma vi morirono ugualmente milioni di ebrei (più di un milione nel solo campo di Auschwitz). E’, infine, vero che una buona parte delle morti degli ebrei internati fu provocata da “cause naturali” come le malattie (scabbia, tifo esantematico, difterite, dissenteria) e gli stenti sostenuti (in primo luogo la denutrizione). Ma la diffusione e le conseguenze letali delle malattie e degli stenti erano conseguenza delle terribili condizioni di vita dei deportati, impiegati dai nazisti come manodopera coatta, costretta a sostenere lavori sfiancanti con ritmi massacranti, con scarsissimo cibo, fino allo sfinimento e alla morte per denutrizione. Va, anzi ricordato, che il tentativo di provocare la morte degli ebrei per inedia era una pratica seguita sin dall’inizio della guerra dai nazisti, come confermano le terribili immagini girate dagli stessi cineoperatori tedeschi nel ghetto di Varsavia nel 1940, nel 1941, nel 1942 e, infine nei primi mesi del 1943 (prima della disperata rivolta dell’aprile-maggio di quell’anno), che mostrano abitanti sempre più magri, fino a ridursi a scheletri viventi, che vagavano per strade dove non si raccoglievano più i cadaveri dei morti per fame, resi indifferenti a tutto, anche al pianto disperato di una madre che si aggirava per le strade stringendo tra le braccia il cadaverino del suo figlio.
Tra l’altro, anche a non voler tener conto dell’imponente mole di documenti e di testimonianze disponibili sull’argomento, un’inoppugnabile conferma della veridicità storica della Shoah è fornita dai filmati girati da russi, americani e inglesi nei campi di concentramento appena liberati. Gli americani, ad esempio, quando nell’aprile 1945 liberarono il campo di Buchenwald, non solo documentarono le fosse comuni piene di morti, le cataste di cadaveri ancora insepolti e le condizioni dei superstiti ridotti a scheletri viventi, ma costrinsero gli abitanti della vicina Weimar a sfilare per il campo, con il loro borgomastro in testa e badarono bene a riprenderli uno per uno, perché così nessuno potesse negare in futuro quello che avevano visto con i loro stessi occhi, e analoghe iniziative furono prese anche dagli inglesi, come nel filmato girato nel campo di Bergen Belsen, montato secondo i suggerimenti dello stesso Alfred Hitchcock.

C’è stata una propaganda negazionista?
Dal momento che i negazionisti rifiutano di riconoscere anche l’evidenza, si può dire che non rappresentano affatto la legittima richiesta di un libero confronto storico anche su un tema tragico come la Shoah ma che, piuttosto, costituiscono una delle più evidenti espressioni della tendenza a seguire ciecamente ottusi schemi ideologici e a mantenere comportamenti devianti. Lo conferma l’aggressiva e ipocrita propaganda condotta su internet da tanti gruppi filonazisti, che, da un lato, sfruttano il fascino macabro della violenza senza limiti operata dai nazisti per attirare nuovi adepti - allo stesso modo con cui i propagandisti del sedicente Stato Islamico utilizzano l’orrore dei filmati dei fanatici tagliagole dell’ISIS che uccidono ostaggi o prigionieri inermi per arruolare nuove reclute -, e, dall’altro, cercano di negare che quella violenza sia stata realmente esercitata sugli ebrei europei.

Negazionismo, un reato da perseguire?
Se le cose stanno così, serve considerare il negazionismo un reato da perseguire, come è stato fatto in diversi paesi europei, a cominciare dalla stessa Germania, e come è stato proposto più volte anche in Italia?
In realtà l’applicazione di queste misure potrebbe offrire ai negazionisti l’opportunità di atteggiarsi a difensori della libertà d’espressione e a martiri. Credo inoltre che sia pienamente condivisibile la contrarietà espressa dalla gran parte dei più autorevoli storici contemporaneisti italiani verso misure di carattere coercitivo perché la verità storica non può essere affidata agli Stati e perché solo la società civile, attraverso una costante battaglia culturale, etica e politica, può creare gli anticorpi necessari per contrastare e vincere le posizioni negazioniste.

Per non dimenticare
Perché non si ripeta mai più un’immane tragedia come la Shoah servono dunque la memoria, la conoscenza e un costante impegno di tutti nel seguire la strada della ragione. Occorre perciò anche abbandonare il mito consolatorio del “cattivo tedesco”, ricordando che anche austriaci, ungheresi, ucraini, estoni, lituani, francesi furono complici, in varia misura, del genocidio degli ebrei, e che lo fummo anche noi italiani, per aver accettato passivamente le leggi antisemite emanate dal regime fascista e per essere entrati in guerra al fianco della Germania nazista.
Se il sonno della ragione genera mostri, il razzismo e il fanatismo si combattono sforzandosi sempre di capire le ragioni degli altri, respingendo le incitazioni all’odio verso il “diverso”, ed anche, semplicemente, non prendendo per buone le soluzioni semplicistiche e miracolistiche ai problemi complessi della nostra società proposte da tanti arruffapopolo e verso le tante bufale più o meno pericolose e capziose che circolano su internet.

Valutazione attuale: 0 / 5

Stella inattivaStella inattivaStella inattivaStella inattivaStella inattiva

Stato e democrazia sono due concetti che appartengono alla cultura giuridica occidentale e che, almeno “in combinato disposto”, non sembrano sempre perfettamente “calzanti” allorquando l’indagine si focalizza su contesti politici e giuridici diversi da quelli propri della tradizione liberale.


di Arianna Vedaschi, docente di Diritto pubblico comparato all'Università Bocconi, ospite all’Università Vanvitelli il 24 gennaio presso Aulario del Dipartimento di Giurisprudenza

L’esperienza dell’Islamic State (IS), che ha interessato, nel suo momento apicale, un territorio di circa trentacinquemila chilometri quadrati e non meno di sei milioni di persone, ha drammaticamente riproposto la difficoltà di riferire istituti e, più in generale, concetti di matrice occidentale ad altre aree del pianeta. Eppure, nonostante la sua vocazione imperialistica, almeno nella sua fase albare, il progetto politico proposto dall’IS si è espressamente richiamato alla categoria statale. Il 29 giugno 2014, primo giorno di Ramadan, dalla principale moschea di Mosul, seconda città dell’Iraq, Abu Muhammed al-Adnani al-Shami, portavoce ufficiale del neo-califfato, proclama la nascita dello Stato Islamico e presta giuramento di fedeltà «allo Sceicco, al Mujaheddin, all’Adoratore, l’Imam, al Devoto, al Mujaheddin discendente della stirpe profetica, il servitore di Allah: Ibrahim Ibn ’Iwad, Ibn Ibrahim, Ibn ’Ali, Ibn Muhammad [a]l-Badri [a]l-Hachimi [a]l-Qourachi per discendenza, As-Samourra-i per nascita, [a]l-Baghdadi per il luogo in cui ha compiuto gli studi e ha vissuto». Al-Baghdadi accetta la nomina e diventa imam di tutti i musulmani del mondo. In qualità di portavoce del neonato Stato, al-Adnani si rivolge poi al «popolo di Allah» esortandolo ad unirsi e a combattere per la causa comune, cioè, nella retorica islamista, la promessa di Allah e dice: «o musulmani, perché se voi respingete la democrazia, la laicità, il nazionalismo e le altre lordure dell’Occidente, allora grazie ad Allah voi governerete la terra, Oriente e Occidente si rimetteranno a voi».
La natura, incerta e atipica, della neonata entità politica è al centro della relazione che si propone di verificare la possibilità di ricondurre l’esperienza dell’IS al modello statale ricostruito secondo la dottrina costituzionalistica classica. In altre parole, la pluralità di individui uniti nella comunità delineata da al-Adnani, connessa all’ambito spaziale controllato da al-Baghdadi, cioè sottoposta al suo potere di imperio, alios excludendi, è riconducibile al modello statale?
In sintesi estrema: con Da’ish il terrorismo internazionale si è fatto Stato?
Per rispondere a questa domanda occorre sottoporre l’oggetto di indagine al test dei tre elementi: territorio, popolo e sovranità, che, secondo la dottrina costituzionalistica, devono necessariamente essere compresenti, affinché si possa utilizzare la categoria statale. All’esito di questa verifica, emergono alcune non marginali criticità, che peraltro rivelano l’uso improprio di termini, ma invero di concetti (a partire da quello di Stato), che appartengono alla cultura politico-giuridica occidentale. Preso atto che le rilevate forzature, quando non vere e proprie contraddizioni, mettono in dubbio l’esito della verifica, e dopo aver tentato di lumeggiare l’assetto interno del Califfato, al fine di capire se, sul complementare piano dei fatti, si possa individuare, seppure in nuce, una struttura amministrativa organizzata e funzionale al soddisfacimento dei bisogni della collettività di riferimento, la relazione si conclude con alcune riflessioni tese a segnalare l’emergere di un inedito modello di gestione del potere, alternativo, in senso in senso escludente, a quello della democrazia occidentale.
Infine, di fronte all’aumento degli attentati “a macchia di leopardo”, così costanti nel ripetersi da configurare, se considerati nel loro insieme, un campo di battaglia globale, assimilato a una terza «guerra mondiale», occorre ragionare attentamente sul “lascito” dell’abortita esperienza dell’IS, oltreché sull’azione di contrasto al terrorismo internazionale di matrice islamista.
Da questa prospettiva, alla luce delle principali counter-terrorism measures, adottate dai governi occidentali, emerge l’insufficienza o, quantomeno, l’inadeguatezza dei meccanismi di protezione finalizzati a prevenire, contrastare e reprimere i pericoli alla sicurezza collettiva. Di qui anche il sistematico ricorso al segreto di Stato, che però, allorquando diventa la regola e non più l’eccezione, sfida la tenuta stessa della democrazia.

Valutazione attuale: 0 / 5

Stella inattivaStella inattivaStella inattivaStella inattivaStella inattiva

Nelle ultime settimane, complice il debutto in Borsa dei derivati sui bitcoin, i mass media hanno dedicato considerevole attenzione al tema delle valute digitali. Abbiamo deciso di parlare del sistema Bitcoin con Antonio Meles, Professore Associato di Economia degli Intermediari Finanziari della Università Vanvitelli.

Bitcoin, cosa sono e come funzionano?
Il bitcoin è una moneta digitale e “decentralizzata”, ovvero un tipo di moneta dematerializzata che, anziché essere coniata e controllata da un organismo centrale, come la Bce, viene creata collettivamente dalla rete, fino ad un tetto massimo di 21 di milioni di unità, mediante la risoluzione di complessi algoritmi (c.d. attività di mining, o “estrazione”) da parte di microprocessori.

Da dove nasce il concetto di bitcoin?
Dall’idea ambiziosa di un programmatore anonimo, noto con lo pseudonimo di “Satoshi Nakamoto”, di sottrarre la sovranità monetaria agli Stati e promuovere la totale disintermediazione del sistema dei pagamenti. Il circuito Bitcoin consente, infatti, di effettuare trasferimenti di denaro in modo sicuro, istantaneo e poco oneroso bypassando completamente le autorità di politica monetaria e l’assistenza degli intermediari finanziari.

Sono depositati in banca?
No. I bitcoin transitano al di fuori dei tradizionali circuiti bancari e, come ogni altra moneta digitale, possono essere custoditi grazie a un software installabile su PC o dispositivo mobile. In questo modo ogni utente può creare il proprio portafoglio digitale, o wallet, e connettersi al network che consente il trasferimento dei bitcoin.

Come si entra in possesso dei bitcoin?
In modi diversi. Il primo è partecipare al processo di estrazione di bitcoin iscrivendosi ai cosiddetti “Mining Pool” e mettendo a disposizione del network la capacità di calcolo del proprio microprocessore. In alternativa è possibile scambiare i bitcoin con altre valute o accettarli come corrispettivo di un bene venduto o di un servizio erogato.

Come si comprano e vendono i bitcoin?
Il canale più diffuso è rappresentato dai siti web di exchange (il portale specializzato Cryptocoincharts.info ne conta 127) che mettono a disposizione degli utenti registrati una piattaforma sulla quale è possibile scambiare i bitcoin con altre valute al tasso di cambio corrente.

Cos’è la Blockchain?
E’ la vera rivoluzione tecnologica del sistema Bitcoin. Si tratta di una sorta di libro mastro che custodisce le informazioni relative a tutte le transazioni effettuate a partire dall’assegnazione del primo bitcoin e viene gestito “collettivamente” dai partecipanti al network. In termini operativi, la blockchain, prima di movimentare il conto degli iscritti, verifica, attraverso una procedura automatica, che le transazioni economiche siano regolari e che nessun utente spenda più bitcoin di quanti ne possiede.

Si possono acquistare beni reali con i bitcoin?
In teoria, si. In pratica affinché ciò sia possibile è necessario che l’azienda che vende il bene accetti che la transazione sia regolata in bitcoin. Sotto questo aspetto, è ancora molto complicato, specie in Italia, trovare aziende disposte accettare pagamenti in bitcoin. Per aver una idea più precisa è possibile consultare il portale Coinmap.org.

Che rischi ci sono?
Come sottolineato recentemente da Bankitalia (Il Sole 24 Ore, 29 novembre 2017), essendo i bitcoin una moneta digitale non legalmente riconosciuta, rappresentano un asset vulnerabile a repentine crisi di fiducia. L’elevata volatilità del prezzo costituisce in questo momento il principale fattore di rischio per chi detiene in portafoglio bitcoin.

Valutazione attuale: 0 / 5

Stella inattivaStella inattivaStella inattivaStella inattivaStella inattiva

Sparita la fiducia tra mandatari e delegati, si rompe il tacito patto tra elettori ed eletti in favore di un rapporto completamente differente: Non si vota più chi nella dimensione decisionale, a qualsiasi livello, rappresenta la massa, pur rimendo libero nelle sue scelte, si decide di votare un mandatario, che insieme alla massa compirà una scelta. Alessandro Barbano ci offre una serie di spunti per riflettere sulla crisi di questo rapporto, sul perché questa rottura si è verificata e che ruolo hanno avuto gli organi d’informazione nell’accaduto. Ospite dell’Università della Campania “Luigi Vanvitelli” mercoledì 28 novembre al Dipartimento di lettere e beni culturali il direttore de "Il Mattino" ha saputo coinvolgere il pubblico formato da studenti e docenti del dipartimento, su un tema d’interesse non solo nazionale ma internazionale. Parlando del fenomeno Brexit, del movimento 5 stelle e di tutta una serie di conseguenze verificatesi al capezzale della delega.

Ruolo strategico nel disfacimento del legame tra massa e rappresentanti lo ha ricoperto sicuramente internet, Internet 2.0 come lo chiama Barbano, dove si sacrifica la qualità all’altare del “Dio quantità”, inteso come quantità di click e quindi di lettori e consequenzialmente di soldi. Se “il giornalismo è una proiezione dei rappresentati nella società civile” come dice Barbano, la carta stampata resta relegata ai vertici della piramide sociale, letta solo da un élite, di contro il mondo del “giornalettismo” cibernetico è decisamente aperto alle masse. Il quotidiano in sostanza sceglie tra tutti gli accadimenti del giorno quali sottoporre al lettore in base ad una “scala di valori, l’architettura di una civiltà civile”, di diverso approccio la linea del giornalismo on-line che di fatti sceglie e seleziona le notizie in base ad una “scala di priorità fatta dal mercato”. Un’informazione faidate, dove “chiunque abbia una cultura di base può accedere ad internet e decontestualizzando le nozioni può tracciare un’idea propria” fuori dalle linee che un’informazione mediata invece potrebbe dare.

Oltre il peso rilevante di internet nella questione Barbano ha esposto sulla crisi dei doveri e dei diritti che ha di fatti compartecipato alla questione crisi della delega, diventando “fattore di disgregazione della democrazia”

Schierandosi apertamente contro il movimento di Grillo, il direttore lo etichetta come una “patologia, un’utopia di una democrazia disintermediata  che esprime al meglio la frattura” centro della discussione.

Barbano ci offre anche la sua cura alla malattia degenerativa che ha colpito il rapporto tra elettori ed eletti: Ridonare dignità decisionale ai rappresentati e agli organi di potere, controlladone l’operato, per fare tesoro del passato e non incappare nell’ “errore degli errori”.


A cura di Margherita Tamburro, studentessa in Lettere al Dipartimento di Lettere e Beni Culturali

Valutazione attuale: 0 / 5

Stella inattivaStella inattivaStella inattivaStella inattivaStella inattiva

Contro le molestie sessuali Celebrities in black per i Golden Globes. Da Harvey Weinstein alle recentissime notizie su Paul Haggis, passando per Carl Sargeant fino a Britney Spears, sono davvero tante oggi le accuse di molestie sessuali che circolano sui giornali, social e sul web, a carico di personaggi famosi e star dello spettacolo.
E in Italia? Che tutela c'è contro questo fenomeno?


A cura di Roberta Catalano, giurista e docente di Diritto Privato al Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università Vanvitelli

Violenza, molestie, abuso: c’è differenza per la legge italiana?
La violenza sessuale si realizza con un qualsiasi atto che mira a soddisfare una esigenza sessuale di chi lo pone in essere e che, risolvendosi in un contatto corporeo, pur se fugace ed estemporaneo, tra soggetto attivo e soggetto passivo del reato, ovvero in un coinvolgimento della sfera fisica di quest'ultimo, ponga in pericolo la libera autodeterminazione della persona offesa nella sfera sessuale. Diversamente, la molestia a sfondo sessuale verrebbe ad essere integrata in presenza di espressioni volgari a sfondo sessuale, ovvero di atti di corteggiamento invasivo diversi dall'abuso sessuale.
L’ordinamento italiano non prevede specificamente il reato di "molestia sessuale".
Dunque, gli approcci a sfondo sessuale, a seconda di come vengono realizzati, possono integrare gli estremi della violenza sessuale, punita dall'art. 609 bis del Codice Penale, oppure della molestia generica di cui all'art. 660 del codice penale.
Qual è il discrimine tra complimento, scherzo, e molestia? Quando ci sono gli estremi per una denuncia?
La linea di confine è molto sottile e va verificata caso per caso, perché dipende strettamente dal contesto, anche culturale, entro il quale si muovono i protagonisti della vicenda, nonché dal loro atteggiamento complessivo.
Per verificare se c'è reato o no, è molto importante accertare un fatto: quanto chiaro era al molestatore che quella determinata condotta o corteggiamento fosse sgradito alla vittima. Gli approcci sessuali possono, poi, assumere diverso rilievo penale se realizzati in un contesto familiare o lavorativo o scolastico, ovvero in modo da integrare il reato di stalking.
C’è un tempo limite entro il quale denunciare?
Per i reati non perseguibili d'ufficio, come molestie, abusi e violenze, la vittima non denuncia, termine utilizzato nel gergo comune, ma, tecnicamente, sporge querela. In particolar modo, per i reati contro la libertà sessuale, così come per il reato di stalking, il termine entro cui la querela può essere sporta è di sei mesi a decorrere dal fatto costituente reato. Quindi, in un termine più lungo di quello stabilito in generale per i reati non perseguibili d'ufficio, che è di tre mesi.
La mia testimonianza ha valore anche se denuncio dopo molti anni?
Decorsi i termini di legge, la condotta non è più perseguibile né sul piano penale né su quello civile. Come dimostra il clamore sollevato dalle recenti dichiarazioni delle attrici che hanno affermato di aver subito molestie ed abusi sessuali, denunciare significa conferire al tema una importante rilevanza mediatica e peso politico:  seppur tardiva, la denuncia è comunque utile a sensibilizzare l'opinione pubblica e, soprattutto, a far sentire meno sole le altre vittime inducendole ad agire magari tempestivamente.
D'altro canto, il presunto autore delle violenze o molestie può sempre difendere la propria onorabilità in sede civile e penale. I comportamenti tenuti dai protagonisti della presunta vicenda nei mesi successivi al verificarsi dello scandalo possono essere molto più significativi e rivelatori dei loro proclami mediatici.
Ad ogni modo, se è vero che il decorso di molto tempo fa nascere dei dubbi su quelli che possono essere i reali motivi dell'outing, è anche vero che la vittima può aver scelto di tacere per vergogna o per la continuità di rapporti, ad esempio lavorativi, con l'autore delle molestie o delle violenze.
Ci sono differenze tra la legislazione in Italia e nel resto del mondo?
Limitiamoci ai paesi occidentali con cultura simile alla nostra: le molestie non conoscono prescrizione in Gran Bretagna; negli altri paesi variano i termini per la proposizione della querela.
La legislazione italiana tutela le vittime di reati sessuali?
Si. Ma, come sempre, è migliorabile. Per esempio prevedendo e punendo specificamente il reato di molestie sessuali; facendo sempre decorrere il termine per sporgere querela dal momento in cui la vittima cessa di essere potenzialmente esposta alle rappresaglie del molestatore; introducendo nuove misure preventive e rieducative, anche in relazione all'uso dei social, al fine di indurre il graduale superamento di una certa cultura maschilista e misogina.
Bisogna stare attenti, però! Ogni modifica o integrazione alla legislazione riguardante la materia in esame va accuratamente ponderata, per evitare che si crei un clima di caccia alle streghe o, peggio, che le norme poste a protezione delle vittime diventino armi nelle mani di chi se ne approfitta.
A chi rivolgersi in caso di molestie sessuali?
La querela si può presentare presso gli organi di Polizia o dell'Autorità Giudiziaria. Le donne in difficoltà possono poi rivolgersi ad associazioni e centri antiviolenza che si occupano dell'assistenza alle vittime.

A cura di Roberta Catalano, giurista e docente di Diritto privato al Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università della Campania Luigi Vanvitelli

Valutazione attuale: 0 / 5

Stella inattivaStella inattivaStella inattivaStella inattivaStella inattiva

Leucemia e l’anemia aplastica, linfomi, talassemie. Queste gravi malattie possono essere sconfitte grazie al trapianto del midollo osseo.

Cerchiamo di capirne di più.


A cura di Francesca Rossi, docente di Pediatria Generale e Specialistica presso il Dipartimento della Donna, del Bambino e di Chirurgia generale e specialistica all'Università Vanvitelli

Cos’è il midollo osseo?
Il midollo osseo è l’organo presente all'interno di tutte le nostre ossa che ha il compito di produrre elementi del sangue fondamentali per il funzionamento dell’organismo: per il trasporto dell’ossigeno ai tessuti, per il funzionamento del sistema immunitario e altre importanti funzioni. Come gli altri organi anche il midollo può ammalarsi.
In questi casi, infatti, il midollo osseo, formato da cellule che danno origine a tutte le cellule del sangue, le cellule staminali perde la sua funzionalità, che può essere recuperata solo grazie alla sostituzione delle cellule malate con altre in grado di riprodursi. Il trapianto può avvenire, dopo particolari trattamenti, con cellule sane dello stesso paziente oppure con cellule prese da un donatore.

In cosa consiste il trapianto di midollo?
Con il trapianto di midollo osseo vengono prelevate cellule staminali sane da un donatore e, tramite trasfusione sanguigna, trasferite al ricevente. Queste cellule hanno la meravigliosa capacità di raggiungere attraverso la circolazione sanguigna gli spazi midollari, in cui si insediano e ricostruiscono il midollo osseo.

Da cosa dipende la compatibilità con il donatore?
Ciascuno di noi possiede un patrimonio di geni, ereditati dai genitori, che, come le impronte digitali, ci caratterizza in maniera univoca. Il successo di questo trattamento è strettamente legato a questo fattore, e dipende soprattutto compatibilità tra ammalato e donatore. Quando la compatibilità è elevata, l’organismo riconosce le cellule come “proprie” e quindi ne favorisce la circolazione, permettendo la ricostruzione del midollo. I test svolti per determinare la compatibilità sono chiamati tipizzazione HLA.

Posso diventare donatore?
Sì, a patto che tu abbia queste caratteristiche:
- età compresa tra 18 e 36 anni al momento dell’iscrizione al registro;
- peso corporeo superiore a 50 Kg
- essere in salute, ovvero non essere affetto da malattie croniche e/o patologie infettive, non assumere farmaci in maniera continuativa ad eccezione della pillola anticoncezionale.
La donazione resta anonima in tutte le sue fasi, volontaria e non retribuita.

Ho un fratello o una sorella: ho più probabilità che loro siano i donatori ideali?
La probabilità di ritrovare un patrimonio genetico simile è più elevata nell’ambito della stessa famiglia. Tuttavia, in caso di donazione di midollo, solo il 25-30% dei pazienti che necessita di un trapianto possiede un donatore identico nell’ambito familiare. Per questo motivo sono nati i Registri dei donatori.

Cosa sono i Registri di donatori?
I registri di donatori sono delle vere e proprie banche dati, collegate fra loro in una rete internazionale: con i Registri si moltiplicano in maniera esponenziale le possibilità di trovare donatori compatibili.
Anche in Italia è stato avviato un programma denominato "Donazione di Midollo Osseo" ed esiste, dal 1989, un Registro Nazionale (IBMDR) con sede a Genova presso il Laboratorio di Istocompatibilità dell'E.O."Ospedali Galliera". Esso ha lo scopo di procurare ai pazienti in attesa di trapianto ma privi del donatore ideale un volontario, estraneo alla famiglia, con caratteristiche immunogenetiche tali da consentire la procedura terapeutica con elevate probabilità di successo.

Come posso diventare donatore?
Per diventare donatore basta una firma. Puoi rivolgerti a una delle strutture ospedaliere che partecipano al programma nazionale “Donazione di midollo osseo” per firmare il consenso informato e sottoporti ad un semplice prelievo di sangue, che serve a stabilire le tue caratteristiche genetiche. Solo nel caso in cui venga accertata la possibile compatibilità con un paziente in attesa di trapianto, verresti sottoposto ad ulteriori prelievi di sangue (indagini di secondo e terzo livello), necessari per confermare definitivamente la compatibilità. La vera e propria donazione, infatti, avverrà solo quando si avrà certezza di compatibilità presso il Centro Trapianti più vicino alla tua residenza.
Contatta il centro donatore più vicino, la lista completa dei centri è consultabile qui oppure contatta le Associazioni di settore: www.admo.it e www.adocesfederazione.it
Ricorda: la firma del consenso ha solo un valore morale e fino all’ultimo momento ha il diritto di ritirare il tuo consenso alla donazione. In caso contrario, rimarrai iscritto nel Registro Donatori di Midollo Osseo fino al compimento del 55° anno di età.

Dove finiscono i miei dati genetici?
I tuoi dati genetici vengono registrati su un archivio informatico e trasferiti al registro nazionale e tramite esso al registro internazionale.

Come avviene la donazione di midollo osseo?
Puoi donare con un piccolo intervento o tramite prelievo di sangue. Con la donazione classica, vieni sottoposto ad un intervento in anestesia, durante il quale personale medico specializzato effettua ripetuti prelievi di midollo dalle ossa del bacino. L’intervento è preceduto da un colloquio con un anestesista, che permette allo specialista di valutare clinicamente il donatore ed informarlo sui fattori di rischio anestesiologico. A questo tipo di donazione segue un post-operatorio di qualche giorno, in genere si va dalle 24 alle 48 ore.
Oppure, puoi scegliere di donare con un prelievo sanguigno. Nei cinque giorni che precedono la donazione, dovrai assumere un farmaco utile per la crescita delle cellule staminali. Si tratta di una procedura generalmente molto ben tollerata, che  non richiede nessun tipo di ricovero o anestesia.
A quale rischio vado incontro se mi sottopongo alla donazione?
In caso di donazione classica, potresti accusare indolenzimento nelle zone in cui sono state effettuate le punture, o reazioni allergiche. Qualunque sintomo post-operatorio sarà comunque opportunamente monitorato e gestito nel corso della degenza post-operatoria.
In caso di donazione con prelievo di sangue, invece, il farmaco potrebbe generare effetti collaterali connessi all’assunzione, come dolori ossei, cefalee o perdita di appetito, ma i sintomi scompaiono una volta sospeso il trattamento.

Un po’ di dati
Attualmente sono circa 29 milioni sono i donatori iscritti nella rete dei registri internazionali. Ancora troppo pochi. Nonostante il numero comunque importante, solo il 35-40% dei pazienti che attivano la ricerca sui registri, infatti, riesce ad identificare un donatore non consanguineo HLA-identico in un 3 – 4 mesi, tempo medio stimato che intercorre tra l’inizio della ricerca e la realizzazione del trapianto.

 

Valutazione attuale: 0 / 5

Stella inattivaStella inattivaStella inattivaStella inattivaStella inattiva

Anticorpi monoclonali contro emicrania e cefalea a grappolo, nel Centro Cefalee dell’Università Vanvitelli, tra i pochissimi centri italiani - e unico in Campania - dove sono in sperimentazione 3 delle 4 molecole in arrivo in clinica nel prossimo futuro.
 
Gli anticorpi monoclonali anti-CGRP, che “attaccano” la causa di emicrania e cefalea a grappolo, riducono fino al 70% i giorni di mal di testa con appena un’iniezione sottocute o endovena ogni uno/tre mesi. Lo dimostrano gli studi in corso presso il Centro Cefalee dell’Università Vanvitelli, dove sono condotti i test su ben 3 dei 4 anticorpi monoclonali anti-mal di testa in fase di sperimentazione clinica nel mondo.  Gli studi, su pazienti con emicrania cronica, emicrania episodica grave che non risponde ai farmaci, cefalea a grappolo cronica e cefalea a grappolo farmaco-resistente, proseguono per portare presto in clinica queste molecole: l’European Medicines Agency sta già esaminando i dossier di Erenumab, uno degli anticorpi allo studio a Napoli.
 
“Pallottole d’argento” dirette contro il mal di testa che non passa, capaci di mettere il silenziatore alle terribili crisi in cui il dolore è tale da non permettere neppure di alzarsi dal letto: sono gli anticorpi monoclonali contro CGRP, da tempo allo studio contro emicrania e cefalea a grappolo e ora sempre più vicini alla clinica grazie alle ricerche condotte presso il Centro Cefalee dell’Università Vanvitelli di Napoli. I dati preliminari delle nuove sperimentazioni cliniche di fase III, discusse in occasione del congresso della Società Italiana di Neurologia, mostrano che con un’iniezione di anticorpi a cadenza variabile da uno a tre mesi, a seconda della molecola, la frequenza e l’intensità degli attacchi di mal di testa può ridursi fino al 70%. Il Centro sta conducendo una sperimentazione per ben 3 dei 4 anticorpi anti-CGRP attualmente allo studio, utilizzati in casi di emicrania cronica, emicrania episodica grave che non risponde ai farmaci, cefalea a grappolo cronica e cefalea a grappolo farmaco-resistente.

“Gli anticorpi monoclonali anti-CGRP o Calcitonin Gene Related Peptide sono allo studio da tempo: si è scoperto infatti che questo piccolo peptide di 37 aminoacidi è un vasodilatatore coinvolto nella trasmissione dei segnali di dolore durante gli attacchi di emicrania – spiega Gioacchino Tedeschi, Direttore del Centro Cefalee della I Clinica Neurologica dell’Università Vanvitelli, Presidente eletto SIN e coordinatore degli studi in corso – I livelli di CGRP aumentano in concomitanza delle crisi e tornano alla normalità quando l’attacco si risolve: gli studi di fase I e II hanno dimostrato che anticorpi monoclonali diretti contro il peptide o contro i suoi recettori presenti sul sistema trigeminale, bloccano questa via del dolore impedendo a CGRP di innescare la crisi dolorosa. In questo momento sono allo studio 4 diversi anticorpi monoclonali, 3 di questi sono in sperimentazione presso il nostro Centro con risultati ottimi: uno di questi anticorpi riduce in media del 70 % la frequenza e l’intensità degli attacchi di emicrania cronica con una sola iniezione sottocute ogni mese”. Si tratta di Erenumab, il più vicino ad arrivare in clinica: il dossier per l’autorizzazione al commercio è già stato presentato presso la European Medicines Agency. Gli altri 2 anticorpi monoclonali in sperimentazione a Napoli sono Eptinezumab, che si somministra per via endovenosa ogni 3 mesi, e Fremanezumab, da assumere ogni mese per via endovenosa o sottocute.

“Tutti questi anticorpi monoclonali sono molto promettenti – sottolinea Tedeschi – Stiamo parlando di pazienti con attacchi di emicrania per oltre 14 giorni al mese o che hanno un’emicrania episodica che non risponde alle terapie preventive, oppure di pazienti con cefalea a grappolo cronica, la cosiddetta cefalea da suicidio perché le crisi si susseguono di fatto ogni giorno, oppure con cefalea a grappolo episodica resistente ai farmaci: tutte persone per le quali una riduzione del numero di giorni con mal di testa significa tornare ad avere una qualità della vita accettabile. Nella nostra casistica ci sono perfino pazienti che hanno di fatto risolto il mal di testa liberandosi dalle crisi. In totale per le sperimentazioni in atto stiamo seguendo una ventina di casi, suddivisi fra i 3 diversi anticorpi monoclonali”. L’apparente esiguità  del numero di pazienti dipende dal fatto che il Centro fa parte di una rete di strutture che partecipano al trial internazionale, assieme a soli  altri 7 centri in Italia. “I nuovi farmaci per il trattamento dell’emicrania, che è stata inserita dall’OMS nella sua forma cronica al 6° posto tra le cause di disabilità, rappresentano certamente un notevole passo in avanti – osserva Tedeschi – Tuttavia, essendo agli albori di questo nuovo approccio farmacologico, non è ancora possibile sapere se diventeranno una terapia di prima linea o una terapia di fase avanzata per quelle forme di cefalea refrattarie ai più comuni trattamenti. In ogni caso rappresentano tanto per i pazienti quanto per noi medici una fonte di speranza in questa lotta spesso difficile contro l’emicrania, una patologia molto diffusa  che solo nel nostro Paese colpisce 5 milioni di italiani, pari al 18% della popolazione femminile e al 9% di quella maschile. Grazie alle sperimentazioni in corso, inoltre, la speranza è che gli anticorpi monoclonali possano diventare un’arma in più anche contro la cefalea a grappolo, meno frequente e più diffusa fra gli uomini rispetto alle donne ma altrettanto se non più disabilitante”.

 

Valutazione attuale: 0 / 5

Stella inattivaStella inattivaStella inattivaStella inattivaStella inattiva

Negli ultimi anni sta notevolmente aumentando l'attenzione per un'”abbronzatura sicura”, grazie alle tante campagne di sensibilizzazione, che hanno messo in evidenza i possibili effetti nocivi dei raggi solari sulla pelle.

Quali sono, dunque, le regole per una corretta esposizione solare ? Ne abbiamo parlato con Elisabetta Fulgione, dermatologa della Università degli Studi della Campania “ Luigi Vanvitelli” e coordinatrice per la Campania della SIME.

E' vero che l’esposizione al sole rappresenta uno dei principali fattori di rischio per i tumori della pelle?
Assolutamente vero - afferma la dermatologa - esposizione al sole e l’ereditarietà sono i fattori di rischio principali per la comparsa dei tumori della cute e la conferma che il sole sia un fattore di rischio lo dimostrano i numeri: l’Australia è stata per un lungo periodo il Paese dove la percentuale di persone colpite da tumori alla pelle era tra le più elevate in assoluto. Dopo un’imponente campagna di sensibilizzazione, i numeri sono crollati. E’ fondamentale, per questo, un corretto stile di vita, un “ educazione” all’esposizione solare.
Agendo sulle cause ambientali, proteggendo la pelle ed esponendoci in maniera corretta al sole - continua la dott.ssa - possiamo prevenire i danni provocati sia dalle radiazioni UVA ed UVB.


Ci fornisce una sorta di ABC della “corretta abbronzatura”?
“Potremmo  considerarlo come un decalogo con delle semplici  norme da seguire per godere solo dei benefici del sole e non subirne i danni. La prima regola è sicuramente rappresentata dall’utilizzo dei filtri solari che dovrebbero essere considerati dei veri e propri “ farmaci” capaci di prevenire i danni al DNA cellulare-  spiega la dott.ssa - Se si pensa che negli Stati Uniti i prodotti solari sono valutati dalla FDA ( stesso ente di controllo dei farmaci) e sono considerati presidi medici si può facilmente dedurne l’importanza. In Europa da alcuni anni è stata sottolineata dagli organi regolatori la necessità di applicare un filtro solare prima di esporsi al sole ed è stato imposto di eliminare dai suddetti prodotti la dicitura “ protezione totale” proprio per evitare che l’utilizzatore potesse erroneamente pensare di esporsi al sole in maniera continua per ore essendo “ schermato “ e protetto da tutti i danni. E’ importante per questo sottolineare che non esistono” filtri totali” e che è sempre necessario esporsi al sole con parsimonia essendo i raggi UV responsabili sia  del photoaging e che dell’invecchiamento cutaneo. Bisognerebbe, inoltre, ricordare- dice la nostra esperta- che , sebbene le carnagioni chiare abbiano maggiore rischio di eritemi ed ustioni, il filtro solare deve essere applicato anche da chi ha un fototipo più scuro e che ,  proprio non risentendo dei disagi immediati dei raggi UV, spesso si espone al sole per tempi molto lunghi pensando, erroneamente, di essere protetto “naturalmente” e di non risentire degli effetti nocivi .

Quali sono, dunque le altre regole da seguire per ridurre i danni e godere dei benefici del sole?
Gli accorgimenti da  ricordare sempre sono:
-    Scegliere il filtro solare in base al proprio fototipo ( carnagione più chiara o più scura ) preferendo quelli con una protezione non inferiore a SPF 20 ( fattore di protezione ) testati sia sugli UVA che sugli UVB (indicato in etichetta)
-    Applicare il filtro solare almeno 30 minuti prima di esporsi al sole e riapplicarlo più volte durante la giornata (ogni 2 ore)
-    Applicare la crema solare anche se il sole è coperto ( il 90% raggi può attraversare le nubi) oppure si è distesi sotto l’ombrellone ( la sabbia riflette il 45% dei raggi UV) .  Non dimenticare il filtro anche se si rimane in mare molto tempo perché Il sole viene riflesso e il 40% dei raggi riesce a penetrare fino a 50 cm di profondità.
-    Ricordare che non conta soltanto la quantità di sole che prendiamo ma anche la sua qualità. Il sole è diverso da luogo a luogo ed infatti più si sale in altitudine e maggiore è l’irraggiamento ( ogni 300 m di altezza l’irraggiamento UV aumenta del 4%) : in montagna, ad esempio, ci sono concentrazioni più alte di raggi ultravioletti dannosi per la pelle.
- Un’abbronzatura sana è un’abbronzatura presa gradualmente dando possibilità alla nostra” difesa naturale”, la melanina, di attivarsi . Vanno evitate per questo le esposizioni solari brevi ed intense e quelle nelle ore più calde della giornata (11-15) che aumentano notevolmente il rischio di eritema, ustioni e di conseguenza danni alla nostra cute.  
- Ricordare che i bambini vanno protetti con filtri specifici non disdegnando , in alcuni casi, di utilizzare anche una maglietta, capellino e occhiali. Numerosi studi hanno messo in correlazione le ustioni solari dei primi 15 anni di vita con maggiore incidenza di melanomi nell’adulto.  
- Fare attenzione all’uso di sostanze (profumi, oli essenziali..)  e farmaci “fotosensibilizzanti” ( pillola anticoncezionale, antibiotici, antistaminici etc)  e peeling che potenziano l’azione dei raggi ultravioletti e possono provocare dermatiti, ustioni o portare alla comparsa di antiestetiche macchie scure.
- Evitare uso delle lampade e dei lettini solari. Recentemente, infatti, l’Organizzazione Mondiale  della Sanità ( World Health Organization –WHO) ha reso noti i risultati di una serie di ricerche che dimostrano come la “ pratica dell’abbronzatura artificiale “ sia correlata ad un aumento del rischio di sviluppare tumori della pelle e melanoma almeno del 20%
- L’assunzione di antiossidanti e vitamine attraverso l’introduzione d’integratori alimentari (luteina, resveratrolo…), che stimolano i processi “ naturali” di difesa del nostro organismo e riducono i fenomeni di micro- infiammazione prodotti dall’esposizione solare, possono essere un  ulteriore supporto per ridurre lo stress della pelle esposta ai raggi UV ma non sostituiscono l’applicazione corretta di un filtro solare.
- Dopo l’esposizione al sole è necessaria una detersione adeguata con l’utilizzo di creme oppure oli detergenti che rispettino la fisiologia della cute  seguita dalla applicazione di creme idratanti e lenitive utili a ripristinare le caratteristiche di normalità della pelle stressata dal sole.

 
Dott.ssa  Elisabetta Fulgione, Specialista in Dermatologia e Venereologia - U.O.C. Clinica Dermatologica Università degli Studi della Campania “ Luigi Vanvitelli” - Coordinatrice Campania SIME ( Società Italiana di Medicina Estetica)

Valutazione attuale: 0 / 5

Stella inattivaStella inattivaStella inattivaStella inattivaStella inattiva

Al giorno d'oggi è ormai routine tra i giovani l'utilizzo di lettori mp3 per ascoltare musica, podcast ecc. attraverso cuffie ed auricolari di vario tipo. Tali dispositivi sono in grado di erogare suoni fino a 120 dB di intensità, vale a dire livelli di intensità sonora pari a quella di un martello pneumatico o paragonabili a quelli di un aereo in fase di decollo. Ascoltare suoni di intensità > a 100 dB, alla lunga (basterebbe circa un’ora ogni giorno) può determinare problemi all’udito di vario tipo ed entità quali: acufeni, sensazione di pienezza auricolare, perdita temporanea della sensibilità uditiva, fino ad una ipoacusia vera e propria di grado variabile. In base ad una nostra ricerca, si è riscontrato come circa il 70% dei giovani di età compresa tra i 13 ed i 28 anni, è solito ascoltare musica in cuffia ad alto volume, abitudine ancor più dannosa se al posto delle cuffie vengono utilizzati gli auricolari, in grado di escludere il rumore esterno sigillando il canale auricolare con conseguente compressione dei suoni. Un altro dato allarmante è che circa l’80% dei giovani è consapevole dei rischi di questa cattiva abitudine, ma non prende alcuna precauzione per evitare il danno a carico del proprio sistema uditivo. In un alta percentuale di casi, anche i genitori sottovalutano tale problema.

 A livelli inferiori agli 80 dB, equivalenti ad esempio al rumore presente in strade trafficate, è abbastanza difficile provocare un danno permanente all’udito, per cui a questa intensità si può ascoltare bene la musica senza grossi problemi per diverse ore la settimana. La media stimata dell’intensità di ascolto in cuffia sembrerebbe essere compresa tra i 75 e gli 85 dB, ma con notevole variabilità inter-individuale. Tali livelli di intensità sonora provocano danni minimi a carico del sistema uditivo, spesso a carattere transitorio; ipotizzando però un utilizzo medio dei lettori audio mp3 per 1 ora al giorno ad un intensità di 89 dB, il limite di sicurezza verrebbe già superato!
I soggetti che ascoltano musica in cuffia per più di un’ora al giorno, ad alto volume, sono ad alto rischio di sviluppare un danno permanente a carico del proprio udito dopo 5 o più anni di esposizione in proporzione all’intensità e alla durata dell’esposizione. L’ipoacusia riscontrata è generalmente di tipo neurosensoriale, bilaterale, di grado lieve-moderato, con coinvolgimento precoce dei toni acuti (4-8 KHz); sebbene possa sembrare stabile nel tempo, l’ipoacusia può progredire coinvolgendo anche i toni più gravi (bassi). Spesso il  sintomo d’esordio è rappresentato dall’acufene o tinnitus (mono o bilaterale).

Il danno provocato da suoni molto intensi, si manifesta generalmente a livello cocleare, con coinvolgimento iniziale delle cellule ciliate esterne e, solo tardivamente, delle cellule ciliate interne. Oltre alla cosiddetta eccitotossicità da glutammato, traumi acustici particolarmente violenti possono causare un alterazione della struttura cocleare con lacerazione delle membrane cocleari, alterazione dell’omeostasi cellulare e necrosi.  Il danno acustico è anche correlato ad una riduzione del flusso ematico cocleare che, in associazione all’alterato metabolismo cellulare indotto dal trauma acustico, determina un ipossia cocleare.

La prevenzione è possibile: infatti, oltre a preferire le cuffie agli auricolari endoaurali, si può seguire ad esempio la già nota regola del 60-60, ovvero ascoltare la musica al 60 percento del volume massimo consentito dal dispositivo, quindi circa 60 dB, per un massimo di 60 minuti. In seguito a questo grido d’allarme, anche le case produttrici di tali dispositivi hanno adottato misure preventive, come ad esempio l’ideazione di meccanismi di controllo dell’intensità sonora che segnalano in tempo reale il superamento del limite di sicurezza (volume troppo alto!!!). In merito alla prevenzione nelle discoteche è ancora in vigore il DPCM del 16/04/1999 che stabilisce le procedure per la verifica del rispetto dei limiti di rumore in discoteca e nei locali pubblici, che devono essere grossomodo compresi tra i 95 ed i 102 decibel di valore massimo, a seconda della distanza dei diffusori.

Salviamoci le orecchie!!!

a cura di Umberto Barillari, docente di Audiologia al Dipartimento Multidisciplinare di specialita' medico-chirurgiche e odontoiatriche dell'Università della Campania Luigi Vanvitelli 

Valutazione attuale: 0 / 5

Stella inattivaStella inattivaStella inattivaStella inattivaStella inattiva

Arte contemporanea, in mostra al Cam i progetti degli studenti

Design per il sociale. In mostra al CAM, museo di arte contemporanea di Casoria, le installazioni degli studenti dell’Università Vanvitelli, Dipartimento di Architettura e Disegno Industriale. “Design for social inclusion as an art. Tredici Idee di Oggetti e Narrazioni” questo il nome del progetto espositivo frutto del Laboratorio di Industrial Design 1/B della Laurea Triennale in Design e Innovazione. Durante il corso, tenuto dalla docente Maria Antonietta Sbordone, 13 team di studenti si sono cimentati nella ricerca e nella progettazione di oggetti che rappresentassero le diverse tematiche caratterizzanti lo scenario dell’inclusione sociale.
L’approccio sperimentale è frutto della collaborazione tra formazione universitaria ed attori locali che incontrano e rappresentano le istanze sociali nell’adozione di processi progettuali condivisi per concept di prodotti innovativi.  

I 13 progetti verranno esposti al CAM dal 17 luglio dalle 18.00 alle 22.00.

Una video installazione racconterà il processo progettuale attuato nel laboratorio attraverso un dialogo con le opere di arte contemporanea presenti.  Il dialogo tra design e arte favorirà il confronto sui temi dell’inclusione sociale, sull’esperienza realizzata e sulle prospettive future per la realizzazione di proficui scambi culturali e formativi.

L’evento è supportato finanziariamente dai sostenitori del CAM.

Gruppo 1 - titolo progetto: Corpi migranti

Gruppo 1 - titolo progetto: Corpi migranti


La tematica scelta è la Contact Improvisation, un genere di danza che mira all'unione tra persone e al collegamento sia…

Gruppo 2 - titolo progetto: TuttiAccomodati

Gruppo 2 - titolo progetto: TuttiAccomodati


TuttiAccomodati, nome del nostro progetto, vuole proporsi come "risoluzione" dell'Omofobia nei paesi del Sud-Est, sin dall'età dell'infanzia insegnando ai…

Gruppo 3 - titolo progetto: Il suono del silenzio

Gruppo 3 - titolo progetto: Il suono del silenzio


  Tema: la donna invisibile Nomi dei partecipanti: Olga Porpora Maria Francesca Sammito Mariateresa Petrosino Marco Santarsenio Claudia Mosca

Gruppo 4 - titolo progetto: Una nuova veste

Gruppo 4 - titolo progetto: Una nuova veste


Tematica scelta: Il concetto di periferia inteso come un insieme di persone soggette ad una continua esclusione sociale, economica…

Gruppo 5 - titolo progetto: Lo sguardo di dentro

Gruppo 5 - titolo progetto: Lo sguardo di dentro


  "Lo sguardo di dentro" con tematica "diverso da... simile a..." Nomi dei partecipanti: Antonio Scarano Raffaella Mastriani Ersilia Sara Rennella Benito Iavarone  

Gruppo 6 - titolo progetto: Screen networking

Gruppo 6 - titolo progetto: Screen networking


  Il tema trattato è quello dell'inclusione sociale mediante i social network Nomi dei partecipanti: Claudia Luisi Jessica Pellegrino Giulia Vespiano Fabio Zannini  

Gruppo 8 - titolo progetto:  Roccia di cocci

Gruppo 8 - titolo progetto: Roccia di cocci


  Nome: Roccia di cocci Tematica: "Rito Esistenziale" Nome dei partecipanti: Federica Manfredi Raffaella Palma Federica Mollo                                              

Gruppo 9 - titolo progetto: Aquilone di Terra

Gruppo 9 - titolo progetto: Aquilone di Terra


Tematica scelta: I bambini immigrati, "Tutti i bambini della terra hanno gli stessi diritti, non importa qual è il…

Gruppo 10 - titolo progetto:  Intavoliamo!

Gruppo 10 - titolo progetto: Intavoliamo!


Tematica scelta: Etnie, troviamo un punto d'incontro. Nomi dei partecipanti: Licia Maraziti Achille Perrotta Mauro Russo  

 

Gruppo 11 - titolo progetto: Ombrello aperto

Gruppo 11 - titolo progetto: Ombrello aperto


Tematica: inclusione sociale per i senzatetto (il nostro slogan è "the cost of poverty") Nomi dei partecipanti: Marino Francesco Petrillo Maria Puca Emilia Tancovi…

Gruppo 12 - titolo progetto: Derby d'acciaio

Gruppo 12 - titolo progetto: Derby d'acciaio


Tematica: il Derby e la lotta tra il Partizan e la Stella Rossa di Belgrado  Nomi dei partecipanti:  Giovanni Lampitelli Daniela Inquieto Tamara…

 

 

 

Valutazione attuale: 0 / 5

Stella inattivaStella inattivaStella inattivaStella inattivaStella inattiva

Trenta nuovi orfani in 6 mesi. Questo l’ultimo dato del 2017 - che si sommano con gli oltre 1600 stimati dal 2000 ad oggi - di cui si parlerà nel corso della presentazione del libro ‘Orfani Speciali: chi sono, dove sono, con chi sono.’ il 5 luglio alle ore 10.30 in Sala Zuccari, Palazzo Giustiniani con il Presidente del Senato Pietro Grasso, Giuseppe Paolisso Rettore dell’Università degli Studi della Campania Luigi Vanvitelli, e l’autrice, Anna Costanza Baldry, docente dell’Università Vanvitelli.
Interverranno, tra gli altri, Carla Galatti,  Presidente del Tribunale per i minorenni di Trieste, Ermenegilda Siniscalchi Consigliera, Gianmario Gazzi, Presidente dell’Ordine degli Assistenti Sociali, Lella Palladino, sociologa della rete DiRe e Francesca Puglisi, Presidente della Commissione sul femminicidio del Senato.

Quante vittime innocenti ancora devono subire le conseguenze della violenza letale degli uomini sulle donne? Cosa si sa di loro? Come tutelarli? Questo è il tema dell’incontro – spiega Anna Costanza Baldry – che sarà reso ancora più significativo dalla testimonianza di un bambino, ormai maggiorenne, la cui madre è stata uccisa dal padre più di 10 anni fa. Attraverso la sua voce e quella della sua mamma adottiva ci farà toccare con mano quello che un libro ha solo cercato, con rigore scientifico e con un linguaggio accessibile a chiunque si trovi ad occuparsi di questi problemi, di affrontare un problema ancora troppo nascosto dal silenzio, all’indifferenza e dalla mancanza di tutela per chi è coinvolto”. Concluderà l’evento Titti Carrano Presidente della Rete Nazionale dei Centri antiviolenza.

Martedì 4 luglio sarà discussa in commissione la proposta di legge a tutela degli ‘Orfani Speciali’ (Orfani dei crimini domestici) approvata all’unanimità alla Camera il 1 marzo 2017. “Questa legge ha però tante lacune - commenta la docente -: riconosce solo le situazioni dove i genitori erano sposati o legati da relazione affettiva e stabilmente conviventi, non riconosce un adeguato sostegno di welfare per le Regioni per attuare i servizi di assistenza psicologica, medica, scolastica di cui parla, e quanto individuato come copertura finanziaria per il gratuito patrocinio è del tutto inadeguato. Ma per gli orfani speciali la cui mamma lo Stato non è stato in grado di tutelare, adesso deve sostenerli in maniera efficace ed efficiente”.

Nel corso dell’evento verrà inoltre presentato l’Osservatorio Nazionale sugli Orfani Speciali (ONOS), attivo presso il Dipartimento di Psicologia dell’Università degli studi della Campania Luigi Vanvitelli, il cui scopo è lo studio e il monitoraggio del problema degli orfani speciali per comprendere sempre più e sempre meglio cosa accade loro e cosa necessitano per ridurre ulteriori sofferenze.
“Riusciremo un anno non remoto a raggiungere il traguardo di non dover contare più neanche un nuovo orfano di femminicidio? Stiamo andando nella direzione giusta? Lo scetticismo e il timore sono inevitabili, ma azioni efficaci sono necessarie e possibili – conclude la Baldry.

CHI SIAMO  |   PRIVACY  |  UNICAMPANIA.IT